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sabato 24 agosto 2013

GENDER O TERAPIA RIPARATIVA? UNA STORIA

GENDER O TERAPIA RIPARATIVA? 
UNA STORIA 


- Giuseppe Brienza, Formiche.net 19 agosto 2013

Raffaele, dichiaratosi gay all’età di 18 anni, ha trovato nello studio del lavoro dello psicologo clinico Joseph Nicolosi, nella relativa introspezione e nella condivisione con famigliari e amici una nuova strada, più matura e autentica per connettersi, accogliere e trasformare quel disagio interiore inerente alla propria mascolinità, che l’aveva portato all’omosessualità. Da allora ha rifiutato l’identità gay e, nell’intervista che segue, ci descrive il suo viaggio spirituale e “riparativo”.


D. IN CHE MODO STAI USCENDO DALL’OMOSESSUALITÀ?

R. È stato un percorso lungo, ma che fin da subito ho sentito come profondamente mio, appartenente all’autenticità del mio essere. Ho sentito l’attrazione omosessuale fin da piccolo e attraverso le chat all’età di 18 anni ho iniziato a frequentare persone e ambienti gay, ma fin dalle prime relazioni ho compreso che c’era in me e negli altri un’immaturità che rendeva impossibile l’instaurarsi di legami sani e duraturi.


D. CI PUOI PARLARE DELL’ESPERIENZA CHE HAI VISSUTO NELLA TUA FAMIGLIA DI ORIGINE, MAGARI ANCHE PER AIUTARE I GENITORI CHE HANNO A CHE FARE CON FIGLI CON PROBLEMI DI ORIENTAMENTO SESSUALE?
R. Tra i miei genitori c’è sempre stata una profonda conflittualità, papà era completamente scollegato emotivamente dalla famiglia e mamma dirigeva tutti come soldatini.


All’inizio credevo che tutto dipendesse dall’assenza di un rapporto con mio padre, mentre successivamente ho compreso come le difficoltà della famiglia fossero da ricercare nell’intero clima emozionale. Sono emersi molti “fantasmi” di cui non si era mai parlato, ma che per 20 anni avevano creato il contesto in cui ci muovevamo.

Ho scoperto che mamma aveva perso il padre a 7 anni, uno shock per lei drammatico che la portò ad essere ricoverata in ospedale, di come quell’evento la portasse ad escludermi da ogni contatto con gli aspetti negativi della realtà. Per non farmi vivere le emozioni che le ricordavano la sua difficile infanzia, mi impediva di sentire la realtà delle cose, in primis della famiglia, oltre ad escludermi dal rapporto con mio padre.

Fin da bambino ho vissuto solo sul piano mentale, senza un contatto radicato con gli istinti del corpo, fondamenta dell’essere. Su questo livello la percezione di sé non ha limiti né verità, ci si può sentire di tutto: mi percepivo come mamma, una copia di lei, una femmina, e cercavo attraverso l’omosessualità un uomo che ci potesse guidare, un ragazzo in cui proiettare la mia reale identità e da amare in senso materno, un padre che potesse ricollegarmi all’essenza ecc.


D. ALCUNI SOSTENGONO CHE SE LA SOCIETÀ SMETTESSE DI COLPEVOLIZZARE GLI OMOSESSUALI ESSI SAREBBERO PERFETTAMENTE FELICI COSÌ COME SONO, COSA NE PENSI?
R. Per me è ormai evidente come le sofferenze della comunità omosessuale derivino da una realtà molto più profonda. Io stesso ho vissuto il bullismo dalle elementari fino all’ultimo anno del liceo, ovviamente questo mi ha fatto soffrire e ha impresso delle ferite. Ero un bambino e poi un ragazzino molto sensibile, introverso e intimidito dalla realtà fuori dalla casa e lontano dalla mamma, avevo più di chiunque altro necessità di essere accolto, amato e aiutato a superare quelle difficoltà nell’interagire con gli altri. 


L’ambiente scolastico è stato fin da subito molto feroce, mi ha giudicato e abbandonato ad aggressioni fisiche e psichiche da parte di coetanei e perfino di alcuni docenti. Tutto questo è da condannare, ma non è l’origine della sofferenza delle persone omosessuali. Per una reale comprensione sono dovuto partire da quel bambino vergognoso che si nascondeva dietro la mamma.


D. COSA POTREBBE FARE LA SCUOLA OGGI PER AIUTARE I GIOVANI CON TENDENZE OMOSESSUALI?
R. L’ambiente scolastico è colpevole di abbandonare questi bambini in un sistema in cui non vengono sorretti e accompagnati nella crescita, ma feriti ulteriormente dai giudizi di una società che non sa fare altro che sghignazzare, giudicare o accettare passivamente. Diffondere la verità su cos’è l’omosessualità è necessario anche per portare una conoscenza maggiore nell’ambito educativo.



D. QUINDI COS’È, ESATTAMENTE, DAL PUNTO DI VISTA PSICHICO, L’OMOSESSUALITÀ?
R. L’omosessualità è l’organizzazione di un vissuto emozionale, un meccanismo riparativo che permette di equilibrare conflitti relativi all’identità.


Per me è stato chiaro come, attraverso il contatto erotico con un ragazzo, mi sentivo finalmente parte del branco, riconosciuto dal gruppo di pari dello stesso sesso. E’ un meccanismo che permette alla psiche di sopravvivere, di non sprofondare nel dolore di separazione, ma nello stesso tempo non consente di andare al cuore, al nucleo del proprio essere per maturarne davvero il lutto. 

E’ stato molto difficile accettare il fatto che per anni abbia vissuto all’interno di un’illusione, e che gli uomini che frequentavo erano tutti feriti esattamente come me, cercavamo insomma attraverso la sessualità di entrare in reale contatto.


D. E’ VERO CHE OGGI LA MAGGIORANZA DEGLI PSICOLOGI CONSIDERA NORMALE L’OMOSESSUALITÀ?
R. Oggi purtroppo la psicologia come scienza non esiste, è più che altro una mediazione tra il socialmente e il politicamente corretto: cambia idea ogni 10 anni passando da un estremo all’altro, senza il minimo di basi scientifiche. E’ un ambiente in cui vendono l’ideologia di moda o più utile alla parte cosciente del paziente per procedere/incastrarsi in qualche modo nella vita. 


Ci sono anche psicologi seri, a cui di solito viene fatta la guerra perché non sono parte della “comunità”, accusati delle peggiori cose e minacciati di essere radiati dall’albo. E’ la storia di tutti i tempi!


D. POTRESTI SPIEGARE MEGLIO QUESTO “PERCORSO RIPARATIVO” DI CUI PARLI? R. Lo psicologo clinico Joseph Nicolosi, fondatore dell’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità (NARTH), afferma che l’omosessualità è un sintomo di bisogni emotivi insoddisfatti dall’infanzia, soprattutto nella relazione con il genitore dello stesso sesso. Il ragazzo ha bisogno di un legame di coinvolgimento col padre per sviluppare l’identità maschile, la ragazza di un legame emotivo con la madre per sviluppare la femminilità.

E’ il senso di genere che determina l’orientamento sessuale: quando un ragazzo si sente sicuro della sua mascolinità, è naturalmente attratto dalle femmine e viceversa. 
Sono evidenti le cause famigliari e ambientali, specialmente la classica “relazione triadica” costituita da un padre assente, distaccato o critico, da una madre iper-coinvolta, intrusiva o dominante e da un ragazzo introspettivo, esposto ad un rischio maggiore di sentirsi carente nell’identità sessuale. 

La terapia riparativa è un particolare tipo di psicoterapia, applicata agli individui che vogliono superare l’attrazione omosessuale. Guarda alle origini di questa condizione, aiuta il cliente a comprendersi, guidandolo nel riconsiderare gli eventi della propria infanzia, soprattutto nei termini delle relazioni primarie, e ad andare oltre a tutto ciò
- Giuseppe Brienza, Formiche.net 19 agosto 2013